L'OTTOCENTO DIETRO L'ANGOLO - ROMANZO
Copertina Romanzo



RIGOR MORTIS

Pensai ad un abbaglio dovuto al chiarore improvviso del flash. Recuperate appieno le capacità visive scrutai la figura nella parte bassa laddove avevo percepito una visione tutt'altro che normale per un cadavere, e per giunta di un religioso.
La tonaca era sollevata all'altezza dell'inguine e ricadendo lungo le ossa femorali lasciava intravedere una sporgenza cilindrica simile ad un organo maschile.
Il cadavere aveva il pene irrigidito dalla morte!
Il rigor mortis aveva colto l'uomo nel momento dell'erezione e aveva conservato la sua umana debolezza in eterno.
Cercai di ricordarmi -e vi assicuro che non è facile farlo in simili circostanze- se il pene fosse fatto di osso, cartilagine o muscolo. Scartai la prima possibilità e fu proprio mentre riflettevo sulla natura umana che una luce improvvisa, accecante, si sprigionò dal fondo dell'antro e una voce gutturale che si spense assieme ad essa percorse quei pochi metri raggiungendomi con un gelido soffio di aria: "Professo', a chi cazzu sta pensannu a tri ure?!".
Una risata fragorosa che riempì con un boato il sottosuolo precedette la visione terrificante di Geppino, l'imbianchino. Aveva rivolto il fascio di luce della torcia elettrica sotto il proprio mento per farsi riconoscere e le sue labbra muovendosi davano al suo volto un aspetto diabolico. Poi il fascio di luce si abbassò verso il suolo, e per un istante illuminò la figura del religioso.
Fu sufficiente per rendermi conto che l'operaio aveva realizzato, non so per quali motivi, una volgare messinscena: l'organo maschile a cui avevo rivolto un pensiero quasi reverente, sembrandomi frutto di un evento straordinario, era solo un pezzo di legno. Tornito.
Collegai l'oggetto alla risata e all'espressione di scherno che mi era stata rivolta e capii che Geppino aveva realizzato uno dei suoi scherzi più ignobili e dissacranti.
Allungai la mano per afferrare il tronchetto levigato e colpire con esso quel volgare profanatore di tombe, ma egli intuendo le mie intenzioni si lanciò su di me con un urlo che nulla aveva di umano.
Mi afferrò il polso cercando di impedirmi di accostare la mano alla figura vilipesa, ma nonostante il suo disperato tentativo, riuscii ad afferrare il legno e a liberarmi dalla sua presa.
La torcia elettrica, caduta a terra, illuminava dal basso la scena e fu allora che mi accorsi di qualcosa che non avevo notato. Il finto membro era tenuto stretto dalla grossa fibbia metallica di una cinghia che Geppino tratteneva dall'altro capo.
In una sorta di improvvisato e involontario tiro alla fune egli cercava di strapparmi l'oggetto che avevo in mano ed io cercavo, puntando i piedi a terra di impedirglielo.
Non vi nascondo, che quanto stava accadendo mi fece anche balenare l'idea che la morte ci avesse avvolti entrambi e che la lotta fosse una metafora sulla natura umana. Altro che essere o non essere, nel nostro caso si trattava letteralmente dell'appropriazione del simbolo del potere fallico!
Tentai anche, scioccamente, di concentrarmi sulle poche cose che avevo letto sull'argomento, cercando di ricordare che cosa avesse detto in proposito Freud, ma mi resi subito conto che non era il momento per speculazioni sull'ego maschile.
Il giovane, pur essendo più basso di statura, era più forte di me. Inoltre aveva avvolto la cinghia intorno al polso e la sua presa era più vantaggiosa. La bocca serrata, la fronte aggrottata e imperlata di sudore lo facevano sembrare un invasato.
Pensai che se fosse riuscito a strapparmi il legno dalle mani ... Forse ...
Sì, ne ero certo ... per impedire che potessi raccontare in giro le sue nefandezze -e chissà quante altre orrende profanazioni aveva commesso- era deciso anche ad uccidermi, magari piantandomi nel cuore il cuneo come aveva visto fare nei film di vampiri!
Con uno strattone più forte degli altri riuscì a sottrarmi l'arma con cui da lì a poco mi avrebbe ucciso. Caddi a terra e mentre attendevo il colpo mortale, a cui difficilmente sarei riuscito a sfuggire, accadde l'imprevisto.
Non credo, come già sapete, nei miracoli, che considero solo eventi ai quali non riusciamo a dare una logica spiegazione, ma in quei pochi secondi che mi separavano dalla morte, ebbi la visione di una figura di bianco vestita, con una gran croce sul petto che piegandosi lentamente sulle gambe e sollevando le braccia rigide verso l'alto sembrava volersi inginocchiare a terra per soccorrermi.

 
 

L'Ottocento dietro l'angolo romanzo di Paolo Chiaselotti