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Sutt'a lingua: Curiosità e approfondimenti.
"Il cavadenti", attribuito a Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1610 ca), Palazzo Pitti, Firenze
«Diamo un'occhiata a questa bocca« direbbe un dentista al suo paziente per vedere quanto
potrebbe cavare fuori da quel cavo orale, sia in termini di estrazione che di guadagno.
Immagino che qualcuno di voi sarà rimasto a bocca aperta pensando che in questo gioco di parole io sia riuscito a mettere in evidenza una serie di immagini che conducono tutte ad una comune origine. Del resto non può essere altrimenti per chi come noi esseri umani, assieme a tante altre specie animali, assumiamo, attraverso la bocca, ogni elemento che ci torni utile per restare in vita. Se pensiamo che, al contrario di me, a talune persone bisogna cavare le parole di bocca e ad altri, come me, tapparliela per impedirgli di svelare tutti i segreti che ha appreso, ci rendiamo conto che ci troviamo di fronte all'imbocco di una caverna inesplorata da cui possiamo estrarre tutto il nostro sapere e sapore. Accade, però, restando nel piccolo studio di un dentista, che egli ci informi delle operazioni adatte al nostro caso, dalla semplice estrazione fino a complessi interventi di ortognatiodontia necessari per correggere una disfunzione che è all'origine della nostra malocclusione. La sua competenza in campo odontoiatrico, che è propria degli stomatologi seri, viene dalla maggior parte di noi interpretata come "chissu mi vo' frica' sordi". L'immagine di apertura è, all'opposto, la chiara definizione di come si risolvesse il mal di denti con una comune tenaglia che eliminava la fonte del dolore. Le persone che assistono, forse parenti o prossimi pazienti, rappresentano quel composito mondo che si interroga sulle fragilità umane. «:Avia na ganga ... !» si diceva di un morto che in vita si era mostrato superbo, al contrario di chi, ultimo, ma con la speranza di non essere tra i primi, era chiamato "vucc'apiertu" per la sua dabbenaggine. La bocca un tempo era tutto. Anche in fatto di parole riguardanti ciò che c'era al suo interno. La ganga era il molare, il dente maggiore, quello che sfibrava le parti legnose o la carne. Il molare venne dopo, quando alla conduzione silvo-pastorale subentrò la cultura del grano, del frutto da triturare e ridurre in polvere. La ganga è primordiale, è la caverna, l'antro misterioso alla cui apertura i sassoni affidavano i loro interrogativi. È talmente remota questa voce da chiederci come abbia superato indenne secoli di storia. Del resto il respiro che si trasforma in voce o in risposta agli interrogativi altrui ne è la prova. Intorno ad essa si sono formate quelle voci dialettali che individuano componenti fisiche e caratteriali, come gangli preposti a funzioni ormonali complesse e tragicamente soggette a mortali afflizioni. Se vogliamo addentrarci nella "ganea" latina, che per noi era e rimase sempre "ganna", di cui la ganga era uno dei custodi, scopriremmo cose inaspettate, tra inganni sensoriali ed echi distorti dalla mente. Conviene uscirne, perché all'interno di questo cavo, di questa caverna, c'è l'ignoto, lo spirito, che ognuno ha e nessuno ha mai conosciuto. Parecchie sono le cose che rimangono in "ganna", materiali e immateriali. La ganga, quella italiana, era la vena che conteneva il materiale da scovare e scavare, lungo un percorso sempre più insidioso. Ditemi voi se un etimo è mai giunto a simili profondità, partendo da una semplice parola che tutti noi usavamo prima di sapere che fosse un dente, innocuo e spesso dolente, pendente o mancante. Bianco, bello e forse falso. La "ganea" divenne la bettola, il luogo del piacere nascosto e della perdizione morale dei romani, che dalla sua strozzatura, la "ganearia", la clessidra, ricavavano il tempo che restava per godere di un amplesso furtivo e mercenario. Una parola. Semplicemente una parola, alla quale avevamo saggiamente accostato tante altre per indicare quelle funzioni e disfunzioni che ne derivavano: "gangularu", "gangarulu", "sgangatu", "sgangulare", "sgangulaturu", "sgangunu". Tutti noi, me compreso pensavamo, erroneamente, che la nostra gola profonda fosse una semplice canna, invece era una "ganna". San Marco Argentano, 4 maggio 2026 Paolo Chiaselotti Note:
La quantità di voci che potrebbero -uso il condizionale- derivare da tale etimologia sono veramente numerose e
sarebbe lungo citarle tutte, ma anche nelle lingue che noi consideriamo alla base della nostra cultura, il greco e il latino,
ognuno può trovarne facilmente, verificando se all'origine c'è quel concetto di cavo, entro, antro, luogo oscuro
con tutto ciò che ne consegue. La radice gang- che si vuole di origine germanico-norrena, potrebbe essere legata proprio
all'inoltrarsi in un cammino non generico, ma ignoto, quale quello in una caverna, rimandando ad un'origine primordiale
(da prendere delicatamente con una pinza, come si farebbe oggi con un dente)... Anche l'uso primitivo di portare un dente appeso
al collo dovrebbe far riflettere ...
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