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Sutt'a lingua: Curiosità e approfondimenti.
La verità nascosta delle bestemmie
Una litografia di Albrecht Durer
Sangue e bestemmia hanno qualcosa in comune? Apparentemente no, perchè manca un termine che
chiarisca questo nesso. A nessuno verrebbe in mente di inserire in questo circuito la parola stimmate,
ovvero di associare la bestemmia alle stimmate e queste ultime al sangue.
Perché è difficile che si generi un tale circuito cognitivo? Per il fatto che le bestemmie e le stimmate 'viaggiano' su versanti completamente opposti: offese a Dio sono le prime, simboli di Dio le seconde. Pensando alle stimmate, infatti, ci vengono a mente quelle di San Francesco d'Assisi e, in tempi più recenti, di San Padre Pio e della mistica Natuzza Evolo. Viceversa, la parola bestemmia ci induce a pensare alla completa mancanza di santità. Se sostituiamo, però, ai vocaboli italiani quelli del nostro dialetto, ecco che improvvisamente quel nesso iniziale sangue-bestemmia risulta più evidente nell'accostamento di "sangu" a "gastimà, gastigna". "Sangu", sangue, viene associato, più che nella lingua italiana, al corpo di Cristo, alla vita, al dono divino, alla sofferenza e alla penitenza. Insomma il sangue, qui in Calabria e nelle altre regioni meridionali, evoca il concetto di misticismo al pari dell'acqua. Per rendercene pienamente conto basta pensare al rito dei cosiddetti "battenti, battienti, vattienti" che si provocano la fuoruscita di sangue il giorno del Venerdì Santo. Questa pratica religiosa vuole essere la ripetizione delle sofferenze di Cristo sulla Croce e, in quanto tale, possiamo associarla alla mistica sofferenza di chi riceve le stimmate piuttosto che procurarsele. Cosa centra la "gastigna" con questi riti di fede? In tutti i dialetti meridionali la parola "bestemmia" è espressa da termini che non sempre hanno la stessa iniziale ma, in nessun caso, iniziano con il suono "be. Infatti jestima, jastima, jestimari, jestigna, ghistima, gastimà, gastigna, castima, vastimari... sono le varianti dialettali con le quali si indicano l'offesa e la maledizione. A San Marco si usa gastigna per bestemmia e gastima' per bestemmiare. Ja, je, ji, ga, ghi, ca, va, ma in nessun caso be. Avversione per l'italiano? Ignoranza delle popolazioni meridionali, scarsa fede o cultura religiosa? Ognuno può dare la sua spiegazione, sta di fatto, però, che ciò che accomuna tutte le parlate meridionali è quello "stima, stigna" accostabile a "stimma, stimmata". A questo punto, però, ci accorgiamo che anche "be-stemmia" è accostabile a "stemma", ovvero una generica immagine di qualcosa d'importante: lo stemma di una città, di una famiglia ecc. Insomma tolte le iniziali che ci dividono, il resto di tutte le parole con cui indichiamo l'offesa a Dio riconduce ad un marchio, ad un'impronta, ad un segno. I greci lo chiamavano stigma e molti di voi si chiederanno se l'astigmatismo c'entri in qualche modo. C'entra in quanto si riferisce ad un punto focale e, forse, più degli altri, spiega che all'origine dello stigma c'è un punto. «Cosa c'entra il punto con le stimmate?!» si chiederà chi comincia a perdere la pazienza in tutta questa lungaggine. Ebbene, qui siamo arrivati proprio al punto da cui trae origine il mio percorso linguistico. Il tatuaggio. Non la prendete come una provocazione, ma la stimmata era "anche" il tatuaggio, ovvero quella figura che fin dalla preistoria veniva incisa sulla pelle attraverso tanti punti che la perforavano facendola sanguinare. A scanso di equivoci, chiarisco subito che questa pratica fu condannata dalla Chiesa. Papa Adriano I nel 787 d.C., durante il secondo Concilio di Nicea, proibì ufficialmente i tatuaggi, considerandoli pagani e simboli di idolatria. Insomma, credo che abbiate capito dove voglio arrivare: la parola bestemmiare e le varianti dei vari dialetti locali si riferiscono all'uso di praticare sul corpo tatuaggi. Qualcuno, tuttavia, potrebbe farmi notare che quello "stemma, stimma, stigma ecc." somiglia anche a "stima". Perché escluderlo, anzi, avvalorerebbe ancora di più quanto ho detto. Avete mai sentito dire che Dio o Gesù o i Santi siano 'stimati'? Certamente no, nessuno, infatti, nelle preghiere accosta il concetto di 'soppesare' il Divino come si farebbe con qualcosa di terreno: sarebbe una bestemmia! La stima, infatti, come lo stimare, traggono origine dal concetto di valutare, pesare, fare paragoni, porre sulla bilancia e via dicendo. Ovvero ci metteremmo dalla parte di San Michele Arcangelo, con la presunzione di esser noi coloro che possono far giustizia tra superstizione e religione, tra peccato e salvezza, tra dannazione e assoluzione. Vi ho convinti? Non ha importanza. Il mio scopo era soltanto uno: dimostrare che la nostra "gastigna" sanguina, al contrario della bestemmia della lingua italiana, derivante dalla blasfemia, che genericamente arreca offesa e danno. A Dio? Questa sì che è una bestemmia!1 San Marco Argentano, 5 giugno 2026 Paolo Chiaselotti
NOTA:
L'accostamento tra segno e sangue mi è sorto giorni fa, quando il mio amico Enrico Iaccino mi disse che, un tempo, si usava il verbo "assagnà", col significato di segnare con il sangue. Qualcosa di simile mi era stata riferita a suo tempo da un altro amico, Pino Mendicino, con l'espressione dialettale "m'assanga", ovvero mi "attira":, come una bestia attratta dalla preda. Io stesso mi sono ricordato del verbo "sagnare" che i miei zii usavano per indicare il salasso con le sanguette, che a me sembravano segni neri sul braccio. 1 Suppongo che l'equiparazione tra blasphemia e bestemmia sia stato un processo complicato da fattori religiosi e filosofici, che riesco solo ad intuire. Ad esempio, perché non fu usato il termine maledire che risponde meglio al concetto di blasphemia? A me sembra che l'introduzione dei termini bestemmia e bestemmiare con cui furono tradotti i termini latini blasphemia e blasphemare sia stato frutto di una scelta deliberata. Le voci latine anzidette, prestate dal greco, infatti, erano per lo più utilizzate in un contesto giuridico, col significato di falsificare una sentenza o le prove e calunniare qualcuno. Gli etimologisti hanno fatto fatica a individuare il passaggio alla parola bestemmia, supponendola derivata da un blastema di cui non esiste traccia. La parola, secondo alcuni, fu mascherata con un accostamento al termine 'bestia'. Esiste la voce tardo-latina, riportata dal Du-Cange, bestemiae con cui erano chiamate le trojae, derivante da bestia maja, ovvero animale da sacrificare alla dea Maja (da cui deriva maiale). Preferisco pensare che i popoli meridionali, nella loro profonda devozione, abbiano considerato la pratica di far sanguinare la pelle, incidendola, come peccato e l'abbiano sancito con la parola appropriata. Riflettendo sul rito dei vattienti mi pare abbstanza evidente. Un'ultima considerazione: come tutti sappiamo, un meridionale manda una "gastigna", una maledizione, con tutti i rituali che essa comporta, solo nei confronti dei suoi simili. |
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