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Sutt'a lingua : Curiosità e approfondimenti.
A 'MMIDIA T'AMMILINA
A mmidia t'ammilina: Giotto, il serpente e la lingua sammarchese Nel particolare dell'affresco di Giotto alla Cappella degli Scrovegni, l'invidia è raffigurata come una donna dalle orecchie enormi, nella cui testa si annida un serpente. L'animale le esce dalla bocca, accostando la sua lingua all'occhio di lei, quasi a volersi nutrire del suo sguardo. Giotto, in questa sorta di cortocircuito che si autoalimenta, considera l'invidia una bestia che abbiamo dentro di noi e che si manifesta attraverso lo sguardo e la lingua. In parte l'artista si è ispirato alle Metamorfosi di Ovidio, ma ha sostanzialmente ripreso i concetti chiave della morale cristiana, rappresentati anche in altri elementi visivi, come il sacchetto dei denari che la donna stringe in una mano e il fuoco che arde sotto i suoi piedi. Dal rogo medievale allo "shcattare" sammarchese Si diceva un tempo che per eccesso di invidia si poteva crepare. Noi sammarchesi, invece, usavamo il verbo shcattare ʃkatˈtaɾe] – equivalente a schiattare, ma con quel suono iniziale pronunciato come la sc di scimmia – che accentuava l'idea fino a far pensare a uno scoppio vero e proprio, con brandelli di carne che si staccavano dal corpo. Addirittura, per sottolineare l'invidia profonda che una persona provava, si battevano tra loro i pugni sovrapposti accompagnando il gesto con le parole " shcatta-shcatta" [ˈʃkatta ˈʃkatta] , come se si pestasse l'invidia in un mortaio. Le dita delle mani serrate, a pensarci bene, ricordano le spire di un serpente arrotolato su se stesso. Il gesto si ricollegava, infatti, proprio all'immagine del rettile. Il suo dimenarsi una volta schiacciato accentuava il piacere sottile di vederlo soffrire del suo stesso male: l'invidia. L'accostamento di questo sentimento alla serpe passa attraverso il veleno con cui l'animale infierisce sulle sue vittime, e ciò lo rende ancora più odioso, fino a farlo diventare simbolo universale del male. È noto a tutti, infatti, come nella religione cristiana il serpente raffiguri il maligno e il peccato. Povera bestia, costretta assieme al mite agnello ad accollarsi tutti i peccati di questo mondo! Ebbene, il peccato che ha finito per identificarsi maggiormente in questo groviglio culturale è proprio la donna-serpente che simboleggia l'invidia. Nella sua visione medievale dei vizi, Giotto l'accosta all'avarizia e la condanna al rogo eterno. La metamorfosi delle parole: Mmidia e Mmilinata E noi che cosa c'entriamo in tutto questo discorso? Si direbbe che noi calabresi, o forse addirittura solo noi sammarchesi, abbiamo conservato questo primordiale rapporto biologico nelle parole invidia e veleno. Esse, infatti, sembrano nate da un parto viviparo gemellare quando vengono accostate in una particolare circostanza. Mmidia e mmilinata significano rispettivamente invidia e avvelenamento. Riallacciandoci all'immagine introduttiva, potrebbe sembrare che anche noi, al pari di Giotto, uniamo in maniera originale la colpa alla pena. Perché originale? Non mi riferisco al peccato, ma al veleno. Nel nostro dialetto il veleno è vilenu, ma solo in prima battuta, ovvero nell'istante esatto in cui ci esce dalla bocca. Se, infatti, è preceduto da un altro suono, diventa immediatamente bilenu! A pensarci bene, e pensando al morso di una vipera, il primo morso uccide, mentre il secondo perde efficacia; proprio come i due suoni: vilenu con la v di vipera, e bilenu con la b di bile. Giocare con le parole per fare cultura Voi penserete che io stia giocando con le parole. In fondo è vero, ma anche Giotto giocava con le figure ficcando nella testa di una donna un serpente e facendoglielo uscire dalla bocca! Io, in fondo, faccio le stessa cosa, ma in modo diverso: accosto la parola invidia al veleno del serpente. Ritornando a quanto detto, l'espressione banale "il veleno è veleno", in dialetto suona così: " U vilenu è bilenu". Dopo aver cambiato pelle, ecco che il serpente all'origine di tutti i mali passa all'azione, agendo con il proprio fiele per fare del male, ovvero per avvelenare. Mentre questa parola in italiano continua a conservare l'etichetta del prodotto d'origine (veleno → avvelenare), da noi si trasforma in una parola totalmente nuova, che non contiene più la v di vilenu e nemmeno la b di bilenu. Come un serpente che muta pelle, la sua azione si manifesta mmilinannu1 (avvelenando). Infatti, mentre avvelenare è il verbo italiano, a San Marco Argentano la stessa azione diventa una mmilinata. Ecco allora spiegata l'espressione contenuta nel titolo: "A mmidia t'ammilina". Alla luce di quanto ci siamo detti, questa frase dimostra, più di ogni altra cosa, come questo peccato sia all'origine di tutti i mali e come esso si concluda con l'auto-avvelenamento. Il veleno, dialettalmente ragionando, si insinua subdolamente dentro l'invidioso. La milina dell' ammilinatu ricorda troppo la tentazione, sia come la piccola mela che fu all'origine del peccato e sia come tecnica per distrarre la vittima 'facendo melina'2. Qualcuno si chiederà se, oltre al dialetto, io abbia un'esperienza diretta con i serpenti. Certamente, altrimenti, perché mai mi avrebbero chiamato Paolo3 ... ?! Paolo Chiaselotti
1 Fare melina significa prender tempo e deriva dal gioco con la palla
trattenuta in attesa del momento favorevole. Con un po' di immaginazione si può accostare
questo espediente al caso nostro.
2 Il verbo giusto sarebbe 'mbilina', 'mbilinari, da cui derivano 'mbilinannu, 'mbilinatu, 'mbilinata. Quest'ultima, oltre ad essere participio passato, diventa un sostantivo con significato di "avvelenatura". Tuttavia nella lingua parlata il suono mb si trasforma per assimilazione in un raddoppiamento della emme, dando luogo alla 'mmilinata. 3 In molte regioni d'Italia si crede che invocando San Paolo il serpente fugga e sanpaulari erano chiamati dei girovaghi che, portando addosso serpenti, affermavano di avere poteri su di essi.
Nota critica sulla raffigurazione giottesca.
La critica ufficiale afferma che il serpente è soltanto la lingua della donna, mentre la parte che io ho definito una coda sarebbe un corno. Anche la bocca aperta della bestia in prossimità degli occhi della donna è stata erroneamente interpretata come un atto di autolesionismo: si toglierebbe la vista con la propria la lingua-serpente. Se così fosse l'Invidia cesserebbe di manifestarsi. Nel ritaglio da me evidenziato si vede una sorta di serpente acquatico (ha due pinne pettorali e una caudale) nascosto dentro una fascia con cui la donna si è avvolta la testa. Una parte della bestia sporge sulla fronte, quindi il suo corpo penetra nella testa, come si nota dal rigonfiamento della guancia, sotto lo zigomo, per uscire dalla bocca. Metaforicamente la bestia ha la testa in prossimità della vista dell'Invidia, mentre la punta della coda si insinua nell'orecchio. L'Invidia, magistralmente raffigurata da Giotto nel circuito udito, vista, intelletto e lingua, si alimenta attraverso i due organi percettivi. La condanna finale non è data, dunque, dalla propria lingua, che sarebbe un assurdo, anche da un punto di vista teologico, ma dalla punizione divina raffigurata dal fuoco sottostante che la brucia come una strega. Un approfondimento sull'affresco di Giotto (Clicca qui) |
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