home


Sutt'a lingua : Curiosità e approfondimenti.


A LÌEGUMA ...

Particolare del dipinto La Madonna 
                           della pappa di Gerard David
Particolare del dipinto La Madonna della pappa di Gerard David (olio su tela, 1510/1515, Genova, Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso)

Capita a chi non sa cucinare o a chi ha dimenticato di interrompere in tempo una cottura nell'acqua, che il piatto da portare in tavola si sia trasformato in una lìeguma.

Di solito accade con i legumi, da cui la voce dialettale prende il nome: cotti a tal punto da perdere la giusta consistenza trasformandosi in una pappa. Mentre l'italiano non ha un termine specifico per individuare questa stracottura, il sammarchese ha questo bellissimo termine che deriva direttamente da un particolare cibo eccessivamente cotto.

Immaginate come sarebbe bello se per ogni piatto vi fosse una voce che indicasse l'errore di cottura o, soprattutto, la relativa consistenza. Abbiamo la passata, la vellutata, lo stracotto che sono termini usati genericamente per diversi cibi. Come spesso accade le cucine regionali offrono maggiori varietà di sapori che entrano in contatto, letteralmente e metaforicamente, con la lingua.

Non solo, ma un sammarchese -ma credo anche altri bravi corregionali- avrà anche trovato, pescando nei suoi ricordi arcaici- che cosa gli ricorda quella pappetta disgustosa, o quanto meno adatta più al palato di un bambino che a quello di un adulto. All'adulto -stiamo parlando non di morti di fame, ma di persone che amano mangiare bene- quella lìeguma servita sul piatto gli ricorda la poltiglia che si forma nell'acqua quando la vegetazione si imputridisce. Gli sovviene l'immagine di un bacino d'acqua, con foglie, alghe e detriti vegetali d'ogni genere putrefatti. Addirittura ricorda che i nonni chiamavano lìegume anche gli eucalipti, che nascevano in luoghi umidi e, alla caduta delle foglie nelle acque vicine le trasformavano in letti di materiale vischioso e scivoloso.

Poveri legumi! nati con questo nome perché raccolti a mano fin dai tempi dei romani, che si chinavano a legere, cioè a raccogliere i baccelli con i loro semi, finiti a testimoniare la morte e la putrefazione vegetale.

Non è sicuro che il legumen fosse solo un baccello con semi, anche perché i rumeni, che come noi parlavano latino, chiamano legumă la verdura e gli ortaggi. A meno che i romani veraci non si chinassero a raccogliere questi ultimi, ma solo piselli e fagioli! Poiché gli etimologisti hanno stabilito che il legume deriva dal legere latino, dobbiamo concludere che i rumeni si chinavano a raccogliere tutto ciò che di commestibile spuntava dalla terra.

A me - a cui per natura e per vicissitudini linguistiche ogni parola, qualunque essa sia, risveglia curiosità e ricordi - quella terra da cui spunta il verde fa venire alla mente un verso delle Odi di Orazio, " nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus". In particolare quel pulsanda tellus mi ha ricordato che in inglese i legumi si chiamano pulses!

Non so se capita anche ai linguisti, ma accostare due suoni simili non solo mi incuriosisce, ma addirittura può lasciarmi a bocca aperta. L'idea che angli e romani, a suo tempo, abbiano colloquiato di fronte ad un piatto di fagioli, mi riempie di stupore. Sarà vero? Ci vado sempre cauto, per le troppe delusioni che ho avuto nel corso delle mie intuizioni, ma credo questa volta di essere sulla strada giusta, quella che per sicurezza io chiamo di 'mbusagli.

L'inglese pulses, che per essere precisi indica i semi dei baccelli (che anche gli inglesi chiamano legumes), pare che derivi dal latino puls, la polenta! «Ci siamo» ho pensato «la polenta romana era una pappa, cioè il risultato della cottura prolungata in acqua di chicchi di cereali ridotti in polvere. »

Quindi, l'origine della nostra lìeguma inspiegabilmente si legava alla puls, la pappa romana ricavata da chicchi di cereali bolliti a lungo. Il problema, però, è che nella polenta e nel puls mi ci ritrovo, essendo nato al nord, mentre non riesco a collegare questa voce con la lìeguma dell'area geografica in cui vivo.
Esser nato nelle terre abitate da celti, galli e altri barbari venuti chissà da dove e abitare nell'antica Magna Grecia, comporta la necessità di abbandonare schemi mentali di ogni genere. L'unica via è quella di andare a cercare un'ancora di salvezza oltre lo Ionio, nella lingua di Omero.
Che cosa ti trovo? Che in greco πόλτoς (póltos), "che significa pappa, focaccia molle o porridge di farina o legumi — risiede in una radice antichissima legata alla polvere e alla macinazione". Tralasciando ogni considerazione su origini e significati, la mente di tutti noi ricorre all'italiano poltiglia, che farebbe al caso nostro, ovvero a quella lìeguma, di cui cerchiamo di scoprire l'origine.

Ebbene qui sta quel passaggio semantico, che partendo dalla nostra cultura magno-greca (o bizantina), ha dottato il nuovo termine con cui erano chiamati i frutti più prelibati della terra, i legumi, per definire la pappa nostrana: quella che, mai, nessun calabrese considerò un cibo dignitoso da servire a tavola.

Riflettendo su quanto vi ho detto, tra quel pulsanda terra e la polenta, non vi riuscirà difficile scoprire perchè i polentoni stavano al Nord e i terroni al Sud.

San Marco Argentano, 24 luglio 2026

Paolo Chiaselotti


Ritengo che il termine 'mbusagli sia una forma corrotta di un originario pusagli, una voce dialettale legata – almeno sotto l'aspetto fonetico e semantico – al latino puls e al greco póltos.
Dall' A.I.: Il passaggio da puls a pus a pus- mostra la tipica caduta della "l" davanti a consonante, frequente nei dialetti meridionali, a cui si unisce il suffisso collettivo "-agli" per indicare un ammasso informe e molle. La trasformazione da pusagli a 'mbusagli è il risultato della sonorizzazione della "p" in "p", guidata dalla spinta nasale nel parlato comune (es. dall'articolo "i pusagli" a "i 'mbusagli").