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Sutt'a lingua: Curiosità e approfondimenti.
Quando la grammatica del dialetto non è un errore, ma un graffio alle regole.
"Santa Barbara con il padre colpito dal fulmine". Francesco Soderini (Firenze 1673 - Roma 1735)
Quando diciamo «la mia casa», quel "mia" è un aggettivo possessivo. È, invece, un pronome
quando diciamo «la casa è mia».
Uso questa premessa per introdurre un aspetto del nostro dialetto sammarchese: quel "mia" che usiamo frequentemente e, a quanto pare, impropriamente, visto che lo accostiamo anche a nomi maschili. «Fuocu mia!» è un’esclamazione usata spesso dai nostri anziani. Qual è il motivo di questa discordanza contraria a ogni regola grammaticale? Un errore? Se cerchiamo conferme, troviamo anche «sciuoddru mia» (rovina mia). Al contrario, con nomi femminili come «'mara mia» o «malanova mia», la concordanza appare corretta. «Fuocu mia» e «sciuoddru mia» sembrerebbero dunque eccezioni inspiegabili. Ma lo sono davvero? In realtà, in queste espressioni, "mia" non è un aggettivo possessivo (non indica un possesso), ma un pronome personale complemento che corrisponde all'italiano "me". Nel nostro dialetto, come accade nel "guarda a mia", il complemento oggetto o di termine è spesso introdotto dalla preposizione "a". Dunque, «u sciuoddru» e «u fuocu» non sono "miei", ma eventi che accadono a me. Le espressioni originali erano «fuocu [a] mia» e «sciuoddru [a] mia». Col tempo, per velocità di fonazione e per l'influenza delle consimili esclamazioni femminili, la "a" è stata assorbita o elisa, lasciando quella che oggi sembra una discordanza, ma che è in realtà una "cicatrice" sintattica: un fossile linguistico che conserva il senso di un evento che ci colpisce dall'esterno. A conferma di questa coerenza teologica e grammaticale, esiste l'augurio «biatu a tia!». Qui la famosa "a" non è scomparsa. La differenza con l'italiano «beato te» è profonda: linguisticamente, l'italiano si fonda su una funzione constatativa (ti definisce beato, come se fosse una tua qualità statica); il dialetto si fonda sulla modalità ottativa (ti augura di esserlo). In «biatu a tia», il termine "beato" funge quasi da sostantivo astratto sottinteso: è come se dicessimo «la beatitudine [sia data] a te». Noi gente del Sud sappiamo che beati si diventa, che la grazia è esterna all'uomo; per questo indirizziamo la beatitudine verso l'altro con un dativo, anziché limitarci a sancirla con un nominativo. Non è un errore da evitare, ma una finezza di pensiero che la lingua nazionale, nella sua ricerca di semplificazione, ha finito per smarrire. Si veda, per analogia, il saluto latino 'Ave, Caesar': l'imperativo ave (stai bene) non descrive lo stato di salute dell'imperatore, ma glielo augura. Allo stesso modo, il dialetto non descrive la beatitudine dell'altro, ma la invoca come beneficio esterno. San Marco Argentano, 28 aprile 2026 Paolo Chiaselotti Note:
A conferma che l'espressione "biatu a tia" risponda ad una coerenza teologica e quindi grammaticale vi è
l'esclamazione dialettale "ca ti via biatu", che io possa vederti beato, che precisa i limiti e il significato dell'augurio.
Viceversa "Beato te" (tu beato) non corrisponde all'augurio "che tu possa essere beato", ma ad una descrizione
dello stato presente. Anche i latini, nel salutare Cesare ("Ave, Caesar") non lo definivano sano, ma gli auguravano la salute
attraverso un imperativo.
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