![]() |
Sutt'a lingua: Curiosità e approfondimenti.
... a detta di un "craparo".
"L'uomo e la sua capra" litografia di Francisco Alvarez (Madrid, 1936-2024)
Lo spunto dell'argomento di oggi, riguardante il dialetto sammarchese, mi è stato dato da un
appartenente alla numerosa e ramificata stirpe che porta il cognome Di Cianni. Fernando, questo è il
suo nome, ci tiene a precisare, orgogliosamente, la sua appartenenza al ramo dei cosiddetti "crapari".
Quello che per altri sarebbe un soprannome ingiurioso, per lui rappresenta una storia e un sapere che altri non possono vantare, e poichè la pastorizia è alla base della nostra cultura calabrese, prima ancora di quella agricola, debbo portargli quel rispetto che altri potrebbero negargli. Succede da sempre che il consumatore vanti le proprie capacità di saper apprezzare e conoscere come nessun altro i prodotti di eccellenza, dimenticando che il primo a sapere che cosa ha messo dentro quel prodotto è il produttore. Nel caso in questione, forse Banksy, l'ignoto artista "di strada" che si fa beffe della nostra cultura, rappresenterebbe plasticamente quanto ho detto, ma non avendo una sua opera ho riprodotto in apertura quella di una litografia di un artista spagnolo, Francisco Alvarez, un uomo che abbraccia una capra. Bene, partendo dall'orgoglio dell'appartenenza e dall'amore per gli animali, voglio raccontarvi per filo e per segno cosa mi è capitato. Passando dinanzi al negozio di Fernando Di Cianni, all'ingresso del paese, presidiato dalla statua di un Padre Pio dall'aspetto "zirrusu" (anche San Francesco di Paola lo era), mi sono fermato per salutarlo e per sapere se ci fosse qualche buona nuova. La nuova di cui mi ha parlato era vecchia, vecchia di secoli, ma profonda e stimolante, come un caffè alla napoletana. «Privissù» mi ha chiesto, quasi a verificare la legittimità del titolo, «u sa' 'chi 'bbo di' mirià?» E io, non sapendolo, gli ho chiesto con quell'aria curiosa con cui guarda la capra, cosa significasse. Essere professori significa dichiarare apertamente la propria ignoranza, almeno questo è l'etimo, ed io non mi sono sottratto a quell'esame inaspettato. Ho dovuto ammettere di non saperlo. Ora, se a molti sembrerà strano che un professore possa essere istruito da un suo allievo, debbo dire che tutte le mie dotte disquisizioni sull'origine del dialetto e della lingua, provengono da questa inverosimile inversione di ruoli. Fernando, o meglio quell'immagine, che io ho, mentre scrivo, di un piccolo budda racchiuso in uno spazio ristretto di un negozio, zeppo all'inverosimile di ogni cosa possa servire ad un agricoltore o a un allevatore o a un qualsiasi appassionato di coltivazioni, mi stava dando la chiave di una porta. Non una chiave normale, ma una di quelle che vengono chiamate pass-par-tout, in quanto sono in grado di aprirti una serie di porte in successione. Fernando Di Cianni, alias "di crapari" mi ha detto cosa significasse quel "miriare": «Miria' vo' di' purta' i crapi allu miriggiu 'pi fa' riguma'», consegnandomi una chiave che apriva ben tre porte. Ora mi rivolgo ai togati, a coloro che della cultura hanno fatto una fortuna e un vanto, per chiedere loro se sapevano questa "roba" da pecorai, che contiene l'omaso e l'abomaso, la quantità di cibo ingerito, la ruminazione, la digestione, l'ora in cui si svolge, il meriggio pallido e assorto, il rapporto tra attività cerebrale e gastrica, il momento del riposo, quello della riflessione, le due intelligenze, quella cerebrale e quella gastro-intestinale, le nostre abitudini ... «Ma quante ni va' pensannu,» dirà qualcuno "cchi sta' riminiannu 'nta 'sa capu!" aprendomi un'ulteriore porta al rimuginare di idee e pensieri che si accavallano. Ha ragione. Non ne vedo l'utilità, visto che il meriggio si è accorciato di molto, non solo per noi calabresi, ma per la gran parte di noi. Alla pastura lenta è subentrata quella veloce che ci vuole tutti belli, grassi e ben pasciuti. Un affettuoso saluto a tutti i "crapari". San Marco Argentano, 2 maggio 2026 Paolo Chiaselotti Note:
"Miriare" - o la forma tronca " miria' " - significa condurre i ruminanti al meriggio
ovvero all'ombra nell'ora in cui il sole raggiunge il picco più alto al fine di consentire una
ruminazione lenta e controllata. La masticazione del cibo, accumulato nel rumine e rigurgitato in bocca per la masticazione
mericica (dopo questa fase passa all'omaso e all'abomaso per completare la digestione), serve a favorire il processo digestivo,
durante il quale "il cervello entra in uno stato di veglia rilassata, dove i circuiti neuronali si attivano in modo
ritmico, sincronizzato e a bassa frequenza" (le parti in corsivo sono tratte da informazioni in rete).
Anche il nostro cervello, in uno stato di calma e bassa eccitazione, diventa più ricettivo alle nostre domande. Infatti, quando 'rimuginiamo', come fanno i ruminanti, colleghiamo i pensieri in modo armonico, dando vita a riflessioni più profonde. L'apparente provincialismo di queste riflessioni trova, in ambito e in modo ben diverso dal nostro, un'equiparazione nel mumble, mumble accostato al ... fast food o, volendo andare indietro nel tempo, nelle peripezie di Ulisse narrate nel decimo libro dell'Odissea, dove la perdita della capacità di 'rimuginare' trasforma gli uomini in bestie schiave dell'istinto e prive di memoria, soggette alla sovranità del non essere. Mario Alinei è il linguista che avrebbe potuto spiegarvi più e meglio di me i rapporti del linguaggio con il mondo pastorale. Purtroppo è morto. |
| |