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Sutt'a lingua: Curiosità e approfondimenti.
Il Pensatore di A.Rodin, 1890 ca, Museo Rodin, particolare, da Wikipedia L'argomento di oggi riguarda la forma riflessiva di un verbo del dialetto calabrese molto diffuso e usato anche a San Marco Argentano. Il motivo della sua diffusione risiede nel fatto che esso riguarda azioni quotidiane o, comunque, comuni a migliaia di persone. Nel momento in cui io sto scrivendo, infatti, un numero imprecisato di calabresi, uomini e donne, vecchi e bambini, si 'ncujanu o si stanu 'ncujiennu, ovvero sono impegnati in uno sforzo che noi definiamo 'ncujimientu. L'immagine del "Pensatore di Auguste Rodin, ridotta al particolare della riflessione utile al nostro caso, l'ho ritenuta idonea ad una sintesi illustrativa dell'argomento, per tutta una serie di motivi, alcuni facilmente intuibili, altri, forse, più occulti. Devo, a questo punto, spiegare a quanti ignorano il nostro dialetto che coloro che si 'ncujanu lo fanno o perchè stanno cacando o partorendo, in entrambi i casi con difficoltà ad espellere, mentre concentrano tutte le forze sui muscoli preposti a tali funzioni. L'italiano medio direbbe, in entrambi i casi, sforzarsi, esercitare una forza su sé stessi, quello più colto userebbe il verbo ponzare, che viene applicato sia ai casi predetti che, ironicamente, per partorire idee. Si dice che l'intestino sia il secondo cervello, ma forse è un'espressione riduttiva di un apparato ben più complesso che è all'origine della vita. La scultura di Rodin, nella sua versione completa, ritrae un uomo nudo seduto, con una mano abbandonata sul ginocchio e l'altra, appoggiata sotto il mento, nell'atto di sostenere la testa. La sua riflessione riguarda il sè, nel suo complesso, fisico e spirituale. Ecco perché l'ho scelta, pur se con riferimento ad un verbo all'apparenza volgare e ad un atto che il bon ton definirebbe sconveniente. Torniamo sul nostro si incuji. Il verbo, in questo caso riflessivo, non usa il sé come suffisso, ma lo antepone al verbo, seguito dalla forma tronca di incujire, diffuso in altre aree calabresi (sé incujire o sé incujere). Il significato, come ho detto, è sforzarsi nel senso fisico del termine, concentrando le forze opportunamente. Nel caso del parto, l'italiano usò il termine sgravarsi, che in fondo potrebbe anche adattarsi all'altra azione. L'inglese ricorre ad un to bear down. Tuttavia 'ncuji, 'ncujiere rappresenta l'anticipazione di queste due espressioni. Esso è accostabile ad incutere, ma non al suo significato attuale, bensì a quello latino che racchiudeva il concetto di impuntarsi, letteralmente, puntando i piedi per una maggior contrazione dei muscoli e, quindi, rendere più efficiente lo sforzo. Tuttavia, sia nel nostro caso che in quello accennato, all'origine c'era l'azione del battere, del colpire, dello spingere con violenza, ma poiché non sempre ciò era possibile, come nel caso all'interno di un corpo, non avveniva alcuna azione violenta dall'esterno (o almeno non credo), ma la propria contrazione muscolare. Riflettiamoci sopra (non lo dico a caso). L'azione espressa dal nostro verbo è un insieme di cose: sforzo, sosta, respirazione, concentrazione, ripetizione dello sforzo. Il tutto inserito in un banalissimo, insignificante 'ncujimientu. La mamma ripeteva al bambino che aveva difficoltà ad espellere le feci: «'ncuiati ... 'ncuiati mo'», quasi partecipando ai tempi e agli sforzi. «'Ncuia ... n'atru pocu» diceva la mammana alla partoriente, anticipando un'uscita che tardava a venire. Nella forma transitiva e intransitiva 'ncuji significa pressare, comprimere, metter dentro. Spesso penso che un dialetto rappresenta un 'fossile linguistico', che ha conservato qualcosa che si è perso completamente nella lingua, ovvero la capacità di esprimere con un solo verbo una pluralità di azioni e di sentimenti. Un esempio? 'Ncuja, 'ncuja è un indice di sopportazione che potrebbe essere espresso anche con 'nguja, 'nguja, con significato apparentemente simile, ma riferito ad opposti orifizi! Il participio passato ha due forme: incujutu 'ncuttu. La seconda, prevalentemente usata, ha finito per identificare ciò che risulta dall'azione, ovvero un accorciamento, una riduzione o un infittimento. Dipende da che lato guardiamo la cosa. 'Ncuttu ha travalicato i confini originari per essere, ad esempio, un bosco con una fitta vegetazione, un cuscino abbondantemente riempito di lana, un sovraffollamento di persone, e solo in pochi casi ha mantenuto un legame con l'etimo originario di 'spinto a forza'. Uno di essi si rifà all'atto sopra descritto, sia allo sforzo derivante dal parto e sia dall'altro, fondendo addirittura le due cose. Il risultato, ovviamente, fa parte di quelle espressioni volgari, assolutamente da evitare, che equiparano la persona alle feci, delle quali abbiamo numerosi esempi in ogni lingua. Nel caso del nostro dialetto, tuttavia, l'espressione ha finito per smarrrire l'originaria volgarità e essere accettata come appellativo, pur sempre ingiurioso, dato a chi fisicamente è basso, tarchiato e mal riuscito: curciu, 'ncuttu e malu cavatu, che il lettore attento saprà correttamente interpretare. Ho cercato di spiegare u 'ncuji facendolo diventare un momento di riflessione e di ricerca. Se qualcuno, però, mi chiedesse se sono sicuro di quanto ho scritto, risponderei con un'espressione cartesiana tipica delle nostre parti: Sicuru è muortu cacannu! San Marco Argentano, 26 febbraio 2026 Paolo Chiaselotti |
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