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Sutt'a lingua : Curiosità e approfondimenti.


U SCÙORPU E PIER DELLE VIGNE
Una lezione d'italiano
U scùorpu e Pier delle Vigne

Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c' hai si faran tutti monchi
».

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?»

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man più pia,
»

La voce dialettale "scùorpu" (altrove scùorparu) identifica un piccolo rametto tolto da una pianta. L'etimologia di questa parola è abbastanza intuibile e perfettamente 'sovrapponibile' all'italiano scorpare, ovvero togliere dal corpo, con l'unica differenza che nel nostro caso il corpo è fatto di legno.
Ecco perché ho scelto come immagine di apertura l'illustrazione di Gustavo Dorè e come introduzione i versi de "La Divina Commedia" di Dante Alighieri, tratti dal canto XIII dell'Inferno.
Il tema della narrazione poetica, infatti, riguarda i suicidi, i cui corpi sono stati trasformati in alberi. Quando Dante, su invito di Virgilio, stacca da uno di essi un ramoscello, il corpo della pianta rinsecchita sanguina, mentre da essa escono le parole che esprimono il dolore temporaneo per la ferita e quello eterno per la pena inflitta.
La figura in primissimo piano a destra, arbitrariamente da me inserita, è quella di Giovanni di Bicci de' Medici, fondatore del Banco che portava il nome dell'illustre casato fiorentino.
Anche in questo caso la figura non è casuale, in quanto "scùorpuru" è identico per significato allo scorporo, inteso come sottrazione di una data quantità, o di un importo, da un'unità originaria. Il termine, come tutti sappiamo, è soprattutto usato in campo economico-finanziario.
Parlare di scorpo o scorporo come porzione di un albero sarebbe considerato assolutamente risibile, nonostante quel corpo iniziale fosse in origine un essere vivente, animale o vegetale.
Con la parola corpo indichiamo essenzialmente quello umano o animale, mentre il corpo vegetale lo definiamo con altri termini, come pianta o albero. Ai tempi di Dante, tuttavia, quel concetto di corpo-pianta si era conservato nella cultura del tempo. La pena inflitta ai suicidi deriva proprio da questo stretto nesso che collega, in quanto esseri viventi, uomini e piante. I suicidi, proprio per aver rifiutato il dono l'esistenza del Creatore, sono condannati a diventare creature vegetali.
Ci sono anche altre considerazioni da fare riguardo l'aspetto linguistico. Nel testo di Dante ci sono alcuni richiami a voci familiari al nostro dialetto come chianta e scerpi (che richiama lo scippare), mentre la parola sterpi, nonostante oggi non ce ne accorgiamo, ha a che fare con l'essere umano, non come singolo, ma come stirpe.

Chi l'avrebbe detto che partendo da nu scùorpu avremmo parlato di Dante, del suo tempo e della sua opera, dei Medici e di Firenze e ... accidenti!, quasi dimenticavo il protagonista di tutta questa storia.
Il personaggio trasformato in albero che si lamenta per la sua condizione e per esser stato "scorpato" da Dante è Pier delle Vigne (... a proposito di scippa, il suo nome era Pier della Vigna!), funzionario e segretario particolare dell'imperatore Federico II. Si tolse la vita perché caduto in disgrazia presso il suo principe protettore.
Qualcuno si chiederà se anche questi ultimi, Pier della Vigna e Federico II, c'entrino con la Calabria e con San Marco Argentano. Il secondo senz'altro: non ci crederete, ma una discendente (secondo quanto afferma) del casato degli Hohenstaufen, a cui apparteneva l'imperatore, è dagli anni Novanta cittadina onoraria del nostro paese. Possiamo affermare, a questo punto, che anche San Marco Argentano ha tratto nu scùorpu da tutta questa intricata vicenda? Non me la sento, per tutta una serie di motivi, di poterlo affermare, ma una cosa riguardo all'argomento trattato posso dirla.

Tutta questa storia finisce qui? Come suolevano dire i nostri anziani (tra cui mi annovero anch'io), adduvi simu arrivati chiantamu u scùorpu, come a dire segnamo con un pezzetto di ramo la fine di una tappa, non della storia. Una storia che continua, se solo pensiamo all'influenza che la Scuola Siciliana – di cui Pier della Vigna fu maestro insigne – ha avuto nella nostra lingua e, di riflesso, nel nostro dialetto. Di questo tributo doveroso, però, ne parleremo in una prossima puntata. Se Dio vorrà.

San Marco Argentano, 12 agosto 2026

Paolo Chiaselotti



Il corpo umano è chiamato in dialetto cùorpu, ma generalmente il vocabolo non viene associato alla struttura anatomica nel suo complesso, ma ad una sua parte, spesso interna. Jire di cùorpu è l'esempio più comune. In nessun caso, però scùorpu o scùorparu si riferiscono al corpo, pur traendo origine da esso, ma solo ad un pezzetto di ramo.
A San Marco Argentano la voce comunemente usata è scùorpu, anche se è entrata nell'uso la versione scùorparu, propria dei paesi vicini, Cervicati e Mongrassano. La seconda, più vicina all'etimo latino ex-corpore, ci ricorda nella dizione, ma non nel significato, l'operazione dello scorporo.
Nei versi di Dante compaiono vocaboli che all'apparenza sembrerebbero quasi tratti dal nostro dialetto, come ad esempio quel schianti, nel quale un meridionale percepisce immediatamente il significato di spiantare (pianta = chianta). Anche quel scerpi, letterario da scerpare o scerpere, è accostabile alle voci scippare e scippa (vigneto che sostituisce quello vecchio estirpato). Per non dire della voce italiana fraschetta, che un meridionale collega alle frasche e fraschiceddre raccolte nel bosco per farne esca del fuoco.