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Sutt'a lingua : Curiosità e approfondimenti.


VATALIARE ... a San Marco Argentano.

La porta di Battola della Riforma

La porta di Battola della Riforma

La raffigurazione settecentesca del complesso monastico della "Riforma" di San Marco Argentano e le parole di un sacerdote, autore di un libro che ne parla, mi hanno suggerito l'argomento di oggi. L'immagine successiva è stata creata dall'Intelligenza Artificiale elaborando i dati su luoghi e protagonisti.

Il titolo vataliare indica il ricorso frequente e insistente alla parola per scopi diversi. Non è un parlare a vanvera, né corrisponde all'italiano balbettare e neppure è accostabile a parlare sbavandosi. È una costante fuoriuscita di suoni che non trovano comprensione o accoglienza in chi li ascolta o li sente.
Potremmo definirlo un martellante soliloquio, dato che chi vatalia non ha un interlocutore. È soltanto un continuo movimento della lingua in una martellante litania.

Ora sentite che cosa scrive Adolfo della Valle, un sacerdote vissuto oltre un secolo fa, a proposito di una porta del convento della Riforma: «si raccoglievano a sfamarsi con la carità de' Francescani nel gran piazzale davanti alla porta maggiore del Convento, che dicevano La porta di Bàttola.»
La porta è quella che si vede nel particolare del dipinto del Settecento, protetta da una tettoia sorretta da due pali.

Perché "porta di Bàttola"? Probabilmente perché fornita di un battente per farsi aprire. Le parole dell'autore del libro sulla Riforma dovrebbero alludere a questo uso da parte dei poveri che chiedevano la carità. Immagino, anche, che quella "battola" fosse chiamata nel dialetto locale vattula, per il fatto che da noi battere si dice vatti. Anche l'uccello comunemente detto "batticoda" qui a San Marco Argentano è chiamato cuda 'i vattula.

L'etimologia fa derivare vataliare da un inesistente vavaliare, sbavarsi, ma a me viene spontaneo accostare la voce dialettale al povero che bussa ad una porta chiedendo l'elemosina.

Nella ricerca di una conferma alla mia interpretazione, mi sono imbattuto in un verbo usato nell'antico alto tedesco, bëtalāri, trasformatosi successivamente in bëtelære e infine nell'attuale bettler. Significava e significa chiedere e supplicare con insistenza, elemosinare.

A me, che preferisco affidarmi ai suoni piuttosto che al testo letterale, battola, vataliare e bëtalāri hanno sollecitato l'immagine di un mendicante che gira la testa verso il nuovo passante per ripetergli la medesima implorazione rivolta al passante precedente.

Battere ad una porta chiedendo l'elemosina equivale al chiedere aiuto, tanto è vero che espressioni di questo genere sono metafore usatissime nel nostro linguaggio quotidiano.

L'azzardo linguistico che sottopongo al lettore va, però, fuor di metafora diritto verso quella "battola" con cui era chiamata la porta. Mi va di accostare la parola a quell'antico tedesco bëtalāri, fantasticando sulla presenza di monaci tedeschi che avrebbero importato e adeguato quel concetto dell'elemosinante al bussare ad una porta.

Un azzardo, certo, che la storia della Calabria sotto la dominazione sveva non esclude. Prima ancora, la nostra regione aveva accolto giganti spirituali nati in Germania, come San Bruno di Colonia, che portò con sé una folta schiera di monaci e collaboratori d'oltralpe.

Mi piace immaginare che questa realtà abbia avuto un'impronta più durevole di un semplice passaggio di funzionari, soldati e religiosi legati alla corte imperiale. In questa ipotetica, ma non impossibile, presenza quella voce bëtalāri, elemosinare, potrebbe aver lasciato una traccia indelebile nel nostro dialetto. Mi ha fatto riflettere in tal senso un sito molto noto che si occupa di etimologia, nel quale la parola bettola viene associata al mendicante nella lingua tedesca. Si vorrebbe, invece, che derivi dalla voce latina bibere.

Se la bettola era semplicemente il luogo dove si beveva, e dove bevevano tutti, perché mai assunse un significato così negativo a vantaggio dell'osteria? Perché, prima ancora che al bere, quel luogo era legato a doppio filo alla frequentazione esclusiva di chi, povero e derelitto, viveva di elemosina e poteva spendere poco.

Allo stesso modo quella porta aveva un nome che non poteva indicare un semplice battente, utilizzabile da chiunque volesse chiedere di entrare, dato che tutte le porte ne erano provviste. La "Porta di Bàttola" doveva indicare qualcosa di diverso, cioè la porta alla quale bussare per chiedere e ottenere.

E "u vatalaru"? È colui che vatalia. Essendo, però, divenuto un cognome, lascio a chi lo porta la scelta di farlo derivare dalla storia che ho raccontato o da quelle che lo attribuiscono allo sbavamento o all'uso del badile.

San Marco Argentano, 20 ottobre 2026

Paolo Chiaselotti



Per comprendere appieno la funzione della Porta di Battola e la storia del convento clicca qui: Le fiere della Riforma

Tralasciando l'accostamento di vataliare al significato di battere, possiamo osservare come quest'ultimo abbia dato origine a vari termini legati ai concetti di colpire e di vincere. Abbiamo battaglia, battagliare, battacchio o battaglio, battersi e altri. L'azione può essere rivolta su oggetti o persone; in quest'ultimo caso verso altri o su se stessi. Non in tutti i casi e ovunque, però, dato che, ad esempio, il riflessivo "battersi", pur con la variante di "b" in "v", solo al sud conserva ancora il significato di flagellarsi. Questo accade perché tale azione, in origine una pratica religiosa comune, tende a scomparire. La parola battente che è la traduzione letterale della voce vattiente (flagellante) è universalmente riferita alla parte dell'anta che si sovrappone all'altra per fissarne la chiusura. E mentre al sud ci si batte per punirsi (si vatti), altrove l'azione è fatta per lottare o impegnarsi.
Da ciò deriva quel variegato mondo di espressioni che hanno finito per staccarsi dal loro primordiale significato assumendone un altro del tutto originale.
La sofferenza come conseguenza del battere qualcuno è quasi scomparsa come dolore fisico, rimanendo soltanto come malessere psichico.
Andando alla nostra "battola", l'accostamento fonetico e semantico al battaglio e alla battaglia si perde in un brevissimo tratto o non appare affatto. Altrettanto accade a vataliare foneticamente simile a battagliare; non diremmo mai che i due concetti sono in qualche modo accostabili. È il diverso sviluppo culturale che genera tutto ciò, per cui finiamo per "parlare" lingue diverse pur usando le stesse parole.
Potrei concludere dicendo che alla 'Porta della Battola' della Riforma non bussa più nessuno, né ci sono più i vatalari dell'elemosina, per cui, tolta la Battola, è rimasta solo una porta senza più storia.