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Sutt'a lingua: Curiosità e approfondimenti.

VIVA 'U 'RE!



Un quadro di Jacob Joardens (Belgio, XVII secolo) tratto da Wikipedia

Il titolo e l'immagine di apertura racchiudono alla perfezione il contenuto di questa pagina; tuttavia, chi non conosce il nostro dialetto potrebbe scambiarli per un semplice augurio di longevità al re.
"Viva", che per molti è un'esclamazione di giubilo legata alla vita, per noi sammarchesi è un esplicito invito a bere. Questo accade per un motivo molto semplice: al Sud non si "vive", si "campa".
I nostri antenati erano convinti che un campo bastasse a sopravvivere, forse suggestionati da chi parlava il latino e offriva loro un pezzo di terra come rifugio. Ma una volta emigrati, capirono che quel "campare" significava soprattutto lotta. Lo appresero dai tedeschi, sentendoli parlare ossessivamente di Kampf, Kampf e ancora Kampf.
Così, mentre nel resto d'Italia si mangiava e beveva, al Sud si campava d'aria e si vivia (bebeva) acqua. Non potendo trasformare l'acqua in vino, i nostri vecchi decisero di produrlo, modificando persino il vocabolario: presero in prestito la parola dal latino, convinti che i preti "campassero" più a lungo proprio grazie a quel rito del vino.
Da lì nacque la distinzione tra il "vivere" (nel senso di bere) e "campare". Anche se, non masticando bene il latino, si creò un po' di confusione e campare rimase sempre lo stesso: una fatica quotidiana.
A distanza di anni, le usanze resistono. Dire oggi "Viva il re" - giusto per ricordare che i tempi cambiano, ma i re si riciclano - nel nostro dialetto significa che il re beve e gli altri rimangono a bocca asciutta.
Se qualcuno volesse davvero augurare al re lunga vita dovrebbe dire "Campa u 're!", mettendolo finalmente sullo stesso piano di chi lo acclama.
A San Marco Argentano, paese di antiche tradizioni, si campa aspettando l'estinzione, dopo aver goduto invano dell'"estensione", mentre si continua a "vivi" (bere), soprattutto birra. Forse perché la parola birra inizia per "B", abbiamo cambiato la "V" con la "B" quando, in compagnia, invitiamo qualcuno a bere: "... e 'biva!" (e bevi!). All'italiano medio suona come un "evviva", ma per noi è una sollecitazione.
Perché, al sud non esiste un vero equivalente di "evviva"? Forse perché, oltre ai santi da cui si attendono miracoli, non c'è rimasto nessuno da acclamare. Alle feste si porta il vino in tavola" e il padrone di casa, alzando il bicchiere, dice semplicemente Vivimo! (beviamo!). Gli invitati rispondono: "Ca vu' campa' cent'anni". Qualcuno mi chiederà: "Ma, allora in questo strano vocabolario, esiste almeno la parota vita?"
Sì esiste: la chiamiamo "vivienza", cioè esistenza; presumo perché fa rima con resistenza.
Perché se la "vita" degli altri è un concetto astratto, la nostra "vivienza" è concreta: si versa nel bicchiere e si condivide. È un rito che trasforma la sopravvivenza in festa.
E se proprio vogliamo dirla tutta, la vita gira... proprio come "'u giravite": un po' avvita e un po' svita, ma finché c'è vino c'è speranza: "'i vivi" e "di campa'!"
Alla prossima!

San Marco Argentano, 19 aprile 2026

Paolo Chiaselotti

Note: