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Sutt'a lingua: Curiosità e approfondimenti.
Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre, Masaccio, Cappella del Carmine, Firenze (particolare da Wikipedia)
In tempo di Carnevale mettersi una maschera o mascherarsi, assumendo le fattezze di persona
diversa da quella che siamo, sono cose normalissime. Quello, però, che potrebbe apparire come
un invito a partecipare alla festa dell'ognischerzovale, non c'entra nulla con il Carnevale e i suoi
travestimenti, ma è un invito a coprirsi la faccia per la vergogna.
Un'espressione simile potrebbe essere "va' t'a 'muccia", nel senso che in entrambi i casi c'è un atto di sottrazione al cospetto sociale. Assumendo un aspetto diverso o andandosi a nascondere un individuo non si sentirebbe in colpa in quanto non colpito direttamente dalle accuse. L'espressione dialettale "Va' ti minda na ma[ʃ]cara", di solito seguito da "alla faccia", è la conseguenza diretta della "vrigogna da facci' tua". Quando venivamo rimproverati per aver detto o fatto qualcosa di male, entrambe le espressioni erano usate come elemento di distruzione della persona attraverso la cancellazione del volto. Cose da mettere i brividi, a pensarci bene, specialmente ricordando che a dircele erano genitori, adulti, 'educatori'. Capisco di andarci un po' pesante, considerando che si trattava di espressioni dette senza eccessiva riflessione, ma l'aria che tirava un tempo nelle case, nel senso letterale, tra spifferi d'aria e porte che sbattevano e, metaforicamente, per le urla che uscivano da ciascuna bocca, contribuiva senz'altro alla mancanza di misura. Se si poteva 'augurare' ad un figlio impertinente e goloso la caduta delle mani o la decapitazione mediante caduta del coperchio di un baule sul collo, "Va' ti minda na ma[ʃ]cara" poteva essere considerata gagumiddra. L'idea di mascherarsi nasce da quella di coprirsi il volto per non farsi riconoscere, ma non con le mani come in genere avviene per nascondere il senso di colpa che appare sul volto, bensì con una maschera. Capisco di andare a cercare il pelo nell'uovo, ma convinto, come sono, che le parole entrate nel patrimonio linguistico non sono nate casualmente, mi chiedo perché ricorrere ad una maschera. Potremmo dare due spiegazioni, che stranamente, tuttavia, convergono. Attribuire ad un volto altrui la colpa o assumere le sembianze del male. Non saprei dire se i nostri antenati conoscessero l'origine della parola maschera e se usassero in qualche modo mascherarsi il volto. Poichè ho il ricordo di una tintura con nerofumo ottenuto da un tappo bruciato, piuttosto di quello di una maschera vera e propria, devo desumere che per noi maschera assumesse il significato di cambiamento di aspetto, nonostante l'etimologia la vuole originata dalla voce longobarda 'masca', con significato di strega (le streghe tornano sempre!). Il che fa supporre che la nostra maschera non avesse solo la funzione di coprire il volto per nascondere la vergogna, ma in qualche modo di denunciare la colpa nelle sembianze del male. Certo che andare a capire cosa volesse esattamente dire quella banale espressione "Va' ti minda na ma[ʃ]cara" o l'altra, "Va' t'a 'muccia", richiede competenze e conoscenze che io non possiedo, ma che, comunque, mi sforzo di interpretare come uditore e fruitore di una lingua, che, una volta entrata nelle mie orecchie, mi appartiene di diritto. La raffigurazione in alto rappresenta una delle prime forme di 'mascheramento', ovvero quella di Adamo che si copre il volto con le mani e quella di Eva il cui viso è trasformato in una maschera di dolore. Pensando a questo, piuttosto che alla 'masca' longobarda, mi viene da dire che le due espressioni affondano le radici in qualcosa di più antico e devastante; visto che la colpa non puoi cancellarla, cerca almeno di nasconderla. San Marco Argentano, 13 febbraio 2026 Paolo Chiaselotti Se qualcuno si stesse chiedendo perchè Adamo si copre la faccia ed Eva è una maschera di dolore consiglio la lettura della pagina Le streghe son tornate |
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