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Questa pagina fa parte del sito "L'Ottocento dietro l'angolo"  (www.sanmarcoargentano.it/ottocento/index.htm) di Paolo Chiaselotti

DALLA CRONISTORIA DI SAN MARCO ARGENTANO
DI SALVATORE CRISTOFARO

PARTE III - TEMPI MODERNI

Cap. II
Cap. III
Cap. IV / 1
Cap. IV / 2
Cap. V
Cap. VI Cap. VII /1
Cap. VII /2
Cap. VIII
Cap. IX

Capitolo VI

Insurrezione Calabra dopo il 16 Maggio [1848]

Vincenzo De Pietro, Francesco Selvaggi, Giuseppe Candela, Domenico Sacchini, Domenico La Regina, Giuseppe Ruffo, furono i membri, che incaricati di diversi uffici, si costituirono in Comitato di difesa sotto la presidenza del vecchio liberale Generoso Campolongo, giusta gli ordini che portò da Cosenza il mentovato Stinca. Cosenza si adoperò immantinenti a raccogliere armi e denaro, e stava in isperanza che Basilicata avrebbe risposto ai moti insurrezionali di lei. Il Circolo, come che formato di giovani, se ne stette da parte, e venuto in S.Marco Giovanni Mosciaro, come commissario di guerra, molti, che quasi erano affiliati di esso Circolo, credettero bene essere il loro posto sui campi di battaglia, e volarono al campo Carlo Cristofaro, Raffaele Misuraca, Giacomo Campolongo ed altri. Si arrolarono poi sotto le bandiere del Mosciaro moltissimi del popolo, indirizzandosi al campo di Cammarata presso Castrovillari, dove di già erano seicento Siciliani, accorsi in aiuto dei Calabresi insorti al comando di Ribotti e di Longo.
L'entusiasmo si era talmente sparso, che molti giovinetti, procuratosi armi e munizioni scapparono per andare al campo, ma raggiunti dai parenti si fecero ritornare indietro. E bene stette perocché, imberbe giovinottaglia, sarebbe stata d'ingrombo al campo; meglio essersi serbata ai futuri destini della patria, e taluno invero nel 1860 fu onorato di quel trionfo, che gli si negò allora per evitare gli scherni.
Il Comitato, organizzato da Stinca, non potè dare nessun segno di vita, perché la insurrezione, avendo durato poco di due mesi, poiché a mezzo luglio era tutto caduto, non gli lasciò tempo di agire. D'altronde infuora di qualcuno dei membri, del resto del Comitato non era alcuno in fama di liberale, tanto che nel passaggio, che poco dopo quel tempo il re fece nelle Calabrie, conscio del tutto; al Sindaco, che era uno di quelli, e i cui sentimenti gli erano noti; ed ai pochi sammarchesi, che su la linea rotabile andarono a fargli atto di omaggio, accennò con ironia all'effimero potere. Il che gioia oscena in quei di parte borbonica, generoso disdegno fruttò in quei di parte avversa. Lo scopo dello Stinca però se mai le cose fossero incalzate, era quello di compromettere e nient'altro.
Per ordine del Comitato centrale di Cosenza, come si suole in tempo di entusiasmi rivoluzionarii, scorrevano schiere d'armati le città della Provincia; onde venne in S.Marco il generale Pietro Mileti, commissario civile, conducendo seco la sua colonna e Domenico Sarri, anche commissario civile, e la colonna di lui. Il Circolo, formato tutto di giovani, che se ne stava in modo latente, dopo la elezione del Comitato, credettero bene di fare una dimostrazione al generale e alla colonna di lui. Onde armati, chi di schioppi, chi di stocchi, chi di sciabole e chi di altro, mossero ad incontrarlo un poco fuori dell'abitato. Il generale in vedere quei baldi e confidenti giovani, ornati il petto di fasce tricolori, che lo salutavano con grida viva Mileti, viva l'Italia, raccolti sotto il vessillo del Circolo, smontò d'arcione e volle tutti abbracciare e baciare quei giovani, spettacolo commovente a vedersi. E tra un furore di grida viva la Calabria e gli auguri di vittoria montò a cavallo, ed una con le due colonne spronò a S. Marco. Pronostici fallaci gli augurii di vittoria, perché nell'urna del tempo si nascondevano sorti contrarie.
Nel distribuirsi gli alloggiamenti degli ufficiali della colonna Mileti e della colonna Sarri, v'eran tra quelli molti vecchi amici di mia famiglia, pur non pertanto si mandò in casa mia il Pacchioni, uno dei superstiti consorti della infelice spedizione dei Bandiera, pittore e scultore, che più scolpì in marmo la statua della libertà nel largo della Prefettura in Cosenza. Con lui, se non mi sbaglio, era un tal Delle Noci, suo compagno.
In quella che si stava col Pacchioni a discorrere, raccoltasi per opera di alcuni del Circolo una brigata di amici, ecco partir dalla strada grida di viva Pacchioni, viva il compagno dei Bandiera. Erano i socii del Circolo che, molto popolo trovandosi dietro, venivano a far dimostrazione di onore al compagno degli eroici Bandiera e Moro. Vivamente commosso, ringraziò, strinse a tutti la destra, venuti dentro, mostrando loro i ritratti in matita dei compagni, e rinnovatisi scambio di cortesie e gentilezze e grida, si smesse.
D'armi e d'armati brulicavan le Calabrie, e in mezzo al tumulto delirante e al furore delle grida di gioia, volgo l'animo a men lieto spettacolo, che era sufficiente a gettare la costernazione ed a rompere in tutti le esternazioni dell'allegria. Dai soldati della colonna del Mileti (1) veniva tratto legato un infelice, al quale si attribuiva accusa, non so se vera o falsa, come di spia e d'altro, solite esagerazioni che sogliono trovar fede nel debaccare della demagogia. Era un tal Carnevale di Guardia Piemontese, impiegato di parte Borbonica , che messo agli arresti in Paola dai liberali, dovevasi passar per le armi. Però lo spettacolo del preteso reo fu di tanta mestizia ai cuori dei Sammarchesi che si rumoreggiò fino a farne giungere l'eco allo stato maggiore del generale calabrese, ospite della famiglia La Regina, condotto qui dal Sarri. Una commissione dei soci del Circolo, ch'erano in buona grazia presso il Generale, presentata a lui da buoni amici loro Franzese Federico, il Portabandiera del 14 Marzo, Petrassi Giuseppe, autore del proclama, appellante le Calabrie ad insorgere e fratello di quel Gianfelice giustiziato e Sarri Domenico, avvalorata dai buoni uffici del cognato del Sarri, Domenico La Regina, nella cui casa, come ho detto, ospitava il Generale con lo stato maggiore, si ottenne che il brutto ed arbitrario scempio non si fosse dato a funestar la città in quei giorni di santo entusiasmo e di giubilo; si riserbasse a dopo l'auspicata vittoria; e così fu salvo, e, caduta la insurrezione, così mal preparata, fu mandato libero.
Noto cosa insolita negli annali delle umane gratitudini e riconoscenze; dopo qualche tempo il Carnevale venne appositamente in S.Marco in casa di una mia zia per ringraziare lei prima, che in carcere gli aveva fatto giungere letto e biancheria, e tutti coloro, che oltre il cooperarsi per la vita di lui, avevano avuto il coraggio di fargli giungere aiuti e conforti. Le buone azioni sono sempre belle ed è bene per onore dell'umanità, che fra le miserie di età maligne e scadute, non si scordino, come se impresse su marmo.
Poiché il Mileti sottopose a tassa forzata la classe dei richhi, ogni entusiasmo da parte loro andò a vuoto, e poco mancò, tuttoché S.Marco piena tutta di armati non si appressasse a sollevazione suo malgrado. (2) La intromissione del Circolo in cui erano membri di quasi tutte le famiglie della città, non avendo dal paese demeritato, potè assai più che ogni altro, e più che questo, il timore delle armi ridurre gli animi a prudenti consigli, e perchè nella tassa non fu inclusa nessuna delle famiglie popolane. La somma ritratta dal temporaneo contributo il 25 giugno in L.6311,25, fu fatta mandare dal Sindaco di quel tempo Luigi Campagna, accompagnata da gentilissima lettera, al Presidente del Comitato di salute pubblica in Cosenza.
I nostri volontarii intanto coi Siciliani, nei diversi campi formati, cioè nel piano della Corona, sul piano Angitola, e nella valle di S.Martino, facean prodigi di valore contro i Regi. Nel 22 giugno alcune compagnie di cacciatori incontraronsi contro Spezzano, ov'era uno dei capi, per eseguire una ricognizione e al fuoco delle artiglierie dei volontarii calabresi, precipitosamente per la via, onde eran venute, ritiraronsi, inseguiti da quelli fino a Cammarata, dove derubarono, incendiando e derubando il casino di Gallo di castrovillari, ch'era in quel luogo. Nella valle di S.Martino i Volontarii Calabaresi attaccarono i Regi, tenendo contr'essi due ore di fuoco, e si ritirarono nel Vallo con qualche morto e diversi feriti.
Il 30 del mese stesso, fatti segno ad un finto attacco, resistettero, e credendo che i nemici battessero in ritirata, corsero ad attaccare gli avanposti; qui il combattimento per ambo le parti fu aspro e sanguinoso. Dei regi molti soldati e bassi Ufficiali feriti; dei volontarii tre prigionieri e tre morti. Ah! mi si stringe il cuore in pensare allo scempio, onde furono vittime quei prodi!
Francesco Tocci, Domenico Chiodi e il ventiduenne Vincenzo Mauro, fratello di Domenico, quivi comandante in capo, tutti e tre stretti da vincoli di amicizia, da quella amicizia pura, fervente e confidente, che si rinsalda in Collegio o sui banchi della scuola, improvvidamente si spinsero troppo in avanti. In mezzo a sevizie d'ogni guisa, ad ogni intima di grida viva il Re, rispondevano viva l'Italia, e con questo nome sulle labbra furono estinti. Giovinetti infelici! né i fiori, che dopo la vittoria le fanciulle epirote vi avrebbero versato, né l'inno dei forti scese a rallegrare l'orrore delle vostre tombe! Fanno a proposito i versi di Virgilio per la morte di quei due prodi Eurialo e Niso:
 
Purpureus veluti flos succisus aratro
Languiscit moriens lassoque papera collo
demisere caput, pluvia cum forte gravantur (3)

Ed io a quel modo stesso, con che il vecchio Alete abbracciò Eurialo e Niso piangendo, io pure avrei voluto stringervi contro il mio petto, in cui il mio cuore batte per voi.
 
Non pertanto: È bello, è divino per l'uomo onorato
Morir per la patria, morir da soldato.
Col ferro nel pugno, con l'ira nel cor;
Tal morte - pel forte non è già sventura,
Sventura è la vita dovuita a paura
dovuta a l'eterno dei figli rossor.
Tirteo: Inno di Guerra

La notizia dell'eroica morte di questi valorosi, sì per le attinenze parentali, che avevano fra loro le famiglie Albanesi, e sì pel caso sventurato riempì di mestizia non pure il campo, ma tutta l?albania italica. Il che va detto lo stesso pel giovinetto Agesilao Mosciaro, fratello di Giovanni che fatto anch'esso captivo dai Regi, presso le Vigne di Castrovillari fu trucidato. Ma dall'altra parte si gioiva, quasi ripetendo le parole di Alete:
 
No, non volete che del tutto spenti
.... poiché a lor si forti
Guerrier donate, e così fermi petti
In sì giovane età
Ibidem

Le cose della guerra piegavano al peggio; una serie di circostanze fatali, a cui si aggiunse l'inesplicabile inerzia nel muoversi dell'altre provincie sorelle del regno, come in sul oprincipio speravasi, dopo aver fatto l'estremo degli sforzi, durante trentuno giorni, costrinse a cedere il campo alle schiere regie, che d'ogni parte minacciavano l'entrata in calabria. Difetto di preparazione e di unità di comando fu una delle cuse della caduta.
D'altronde svisato s'era lo scopo della calabra insurrezione; certo non poteva essere quello di una rivoluzione, poichè, anche con la Sicilia in armi, come avvenne non avrebbe potuto resistere.
Lo scopo, me lo ripeteva spesso Domenico Mauro, era quello di fare una dimostrazione armata, affinché Re Ferdinando assentisse ai voti dei popoli affamati con le armi alle mani.
L'orribile eccidio di Filadelfia e del Pizzo inermi ed innocenti, la sconfitta di Monte S.Angiolo, lo scioglimento del campo di Valle S.Martino, la partenza dei Siciliani e lo sbandamento di tutti i campi, generarono sgomento oltre ogni dire. Onde il 3 luglio il Comitato Centrale di Cosenza, si sciolse; e così nel 48 tutto finì, non vogliam dire se per difetto di un'unità di comando, se per insipienza dei capi, o se per impreparazione di cose. Il flutto del Tirreno e dell'Ionio odono la antica canzone del marinaio; i canti odono il canto boschereccio del contadino; ma il fragoroso inno della libertà, onde in quei giorni risonavanop le nostre sponde operose, è muto sotto il bel ciel di Calabria. (4) - S. Marco non avendo la piena coscienza dello stato delle cose, stava senza alcun sospetto nella fidanza dei primi giorni dell'insorgere; anzi vennero qui in qualità di Commissarii civili Pasquale Amodei di S.Marco stesso, che col medesimo ufficio era stato dapprima in Crotone col Mileti e Giagio Miraglia da Strongoli, nostra antica conoscenza. I quali si adopravano a tutt'uomo, per arrolar soldati, e vigilar su lo spirito pubblico, per servire in una parola ai comitati insurrezionali. Giunte le tristi notizie dello scioglimento del Comitato centrale e dei campi, vollero subito mettersi in partenza, sebbene erano garentiti non pure dai socii del Circolo, ma dai fratelli Amodei; e dopo molto peregrinare poterono sfuggire ai lacci dei nemici, mercé l'aiuto di buoni patrioti. Dell'Amodei dirò appresso; del Miraglia reputo ricordare, ch'essendo reduce dall'esiglio in Napoli, era direttore del Giornale Ufficiale delle Due Sicilie, e diemmi l'incarico di scrivere per le Appendici articoli letterarii. Ma non vedemmo più Pasquale Amodei, che morì esule in Genova tra le braccia di Luigi Miceli, ora Senatore, onde infelice! non potè veder compiuto quell'ideale pel quale aveva tanto sofferto e sospirato!
A tutti i conati di rivoluzioni sogliono tenere dietro persecuzioni, carcerazioni, esigli e molestie d'ogni guisa. Così avvenne al mal riuscito tentativo della insurrezione calabra del 1848. E prima di ogni aspra molestie fu un disarmo generale, disarmo fiero e pauroso per le vessazioni, per le diligenze domiciliari e per gli arbitrii incomportabili, che si fecero dalla soldatesca incaricata di ciò.
Fu però un disarmo, che fece ridere quelli di parte liberale, perché infuora della perdita di qualche fucile, non che non aggiunger nulla di forza al regio governo, si alienava sempre più gli animi con esasperarli, facendo odiare la stoltezza di esecutori maligni e vili.
E ciò derivò dal rinascimento del brigantaggio: il popolo restava inerme ed era circondato dalle perenni insidie di malfattori, che a scopo di derubare, o far vendetta di vecchi rancori, scorazzava per le campagne, facendo fremere e tremare i pacifici cittadini di pericoli incessanti. Laonde il regio governo per venire a capo della distruzione di questa terribile piaga, che suole sanguinare quasi dopo ogni rivoluzione; ordinossi il cosiddetto Ristretto, per quale tutti i cittadini delle nostre contrade dovettero abbandonare i loro casolari, e tramutarsi ad abitare in paese; obbligando intanto i proprietari dei fondi lasciati in abbandono a formare in luoghi adatti un posto con un numero di dieci guardie. Veda ognuno i tristi effetti del Distretto; cioè il rimanere i fondi in forza altrui, nè i frutti compensarono i danni.
 
Capitolo VII prima parte

 
(1) Più prode ed avveduto del Mileti era il vecchio patriota di tutte le insurrezioni, Saverio Altimari, che poi al campo di Acrifoglio fu nominato Brigadiere comandante la Provincia di Cosenza. Il suo ritratto è presso la familia De Caro di Cosenza.

(2) Storia dei Cosentini di Davide Andreotti Vol.III Cap. VI pag.371. La somma sborsata fu di D.1585 pari a lire 6311,25 [valori lire-ducati]   (Amministrazione diocesana rappresentata dal Vicario Capitolare. Michele Perrotta L.122,75, Gaspare Valentoni L.250,50, Generoso campolongo L.212,50, Giuseppe Candela L.212,50, Giuseppe Ruffo L.212,50, Vincenzo De Pietro L.212,50, Francesco Selvaggi L.212,50, Pasquale can. De Chiara L.212,50, Filippo Fera L.212,50, Domenico La Regina L.212,50, Domenico Sacchini L.212,50, Luigi Conti L.148,75, Germani Luigi e Carlo De Marco L.48,75, Carolina Fazzari L.106,25, Germani Campagna L.250,50.

(3) Come talor da vomero reciso
purpureo fior morendo langue, o carco
Papavero di pioggia il capo abbassa
Nei fratelli Mauro Domenico, Raffaele, Alessandro e Vincenzo, la Calabria ebbe presso a poco i suoi Cairoli per il patriottismo. Domenico, il maggiore, l'esimio poeta, l'illustre espositore del Concetto e Forma della Divina Commedia, fin dal 1836 fu sempre a capo delle cospirazioni orditesi tra noi. Egli soleva dirmi nei familiari conversari, non sapere intendere il poeta, che su l'esempio del Foscolo non fosse soldato della patria. Nel 1844 e 1848 fu uno dei primi, e condannato a morte, salvossi esulando. Nel 1860 fu uno dei Mille di Marsala. Raffaele per gli eroici fatti del 1848 -49, condannato a 34 anni di galera, padre di numerosa figliolanza, mandato in esilio, fu pure dei Mille.
Alessandro segnalatosi nei fatti del 1848 perché imputato di regicidio, fece parte degl'insorti calabresi, fu dai soldati borbonici barbaramente massacrato presso Castrovillari. In S.Demetrio il 21 maggio Mauro, Chiodi, Tocci ed altri furono commemorati degnamente.

(4) I poeti come al solito accompagnarono la catastrofe con la poesia, a guisa di nenia che accompagna la morte: fra di noi, oltre molte altre, corse la seguente di V.Padula, scritta dall'Autore nel primo impeto di dolore in udire le tristi notizie:
Deh! mi ponete sugli occhi un velo
Mi si nasconda tanta sciagura;
L'antica gloria del nostro cielo
In un sol giorno cade e si oscura.
Il nostro giorno vile si rese
Non mi chiamate più Calabrese


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A cura di Paolo Chiaselotti